Spettacolo di teatro/danza
Liberamente ispirato “Il lupo e i sette capretti” favola dei fratelli Grimm
“I Sette capretti e il lupo – la fiaba si fa corpo”
Drammaturgia: Giacomo Anderle
Ideazione e regia: Fanny Oliva
Interpreti:Vanessa Bertoletti, Fanny Oliva e Paolo Vicentini
Durata: 50 minuti (spettacolo) + 10 minuti di saluto partecipato
Età consigliata: 5–10 anni (adattabile a scuola dell’infanzia e primaria)
Genere: Teatro-danza / Teatro fisico per l’infanzia / Narrazione corporea
Lingua: Italiano con forte componente non verbale
Spazio scenico: Teatri, teatri scolastici
Sinossi:
Un tappeto, tre attori e la voglia di giocare. “I Sette capretti e il Lupo” prende vita da 3 fratelli e rimasti soli a casa, in attesa dei genitori. Il fratello e la sorella maggiori sono subito eccitati per essere soli in casa e cominciano ad aprire cassetti e prendere gli oggetti con cui vogliono raccontare la storia, la sorellina più piccola dapprima ha paura ma un po’ alla volta i fratelli la trascinano, nella storia che stanno creando.
Nel gioco si trasformano in capretti, e nel corpo che si disegna la fiaba. Ma quando alla porta bussano davvero… chi è che chiede di entrare?
Uno spettacolo che unisce gesto danzato, teatro e immagini evocative per rileggere la fiaba classica in chiave contemporanea. Le parole sono poche, ma i corpi raccontano molto: la paura, la fiducia, l’ingenuità e il coraggio di piccoli protagonisti alle prese con l’ombra del lupo – che, come spesso accade, arriva da fuori ma risveglia anche qualcosa dentro.
Note di regia:
Il lavoro nasce da un’esplorazione fisica e simbolica della fiaba, riducendo la parola a servizio dell’immagine e del gesto. Il corpo è strumento di narrazione e relazione: gioca, si trasforma, crea mondi, costruisce ruoli. La presenza scenica dei danzatori è continua: si diventa capretti, lupo, mamma, fratelli, attraversando lo spazio con ironia e intensità.
Temi:
- Fiducia e sospetto
- Legame fraterno
- Presenza/assenza del genitore
- Corpo come linguaggio
- Trasformazione e crescita
- Intuizione e ascolto
Produzione: Compagnia Arteviva
Con il sostegno di: Fondazione Caritro, Provincia Autonoma di Trento e Centro Servizi Culturali Santa Chiara








FOTO: Andrea Giacomelli e Sabrina Bortolotti
La fiaba necessaria – Marco Dallari
Le fiabe appartengono a un genere letterario dalle caratteristiche del tutto particolari. Raccontate in tutto il mondo da tempo immemorabile per tradizione orale, sono state scritte a partire dal Sette-Ottocento. Famose le raccolte di Perrault, dei fratelli Grimm e Le fiabe italiane di Italo Calvino. Malgrado gli scenari e i personaggi siano molti e fra loro molto differenti, anche dipendentemente dai luoghi in cui vengono ambientate, le fiabe hanno una forma narrativa comune: il personaggio principale, solitamente un bambino o una bambina, subiscono un “danneggiamento”, spesso tremendo, ma, grazie a una personale capacità di riscatto e al contributo di un aiutante magico del quale dimostrano di meritare l’aiuto. superano il danno e conseguono un lieto fine che coincide con la crescita e il conseguimento dell’autonomia. Le scene truculente che spesso caratterizzano questo genere narrativo hanno indotto, e ancora a volte inducono, genitori ed educatori ad essere critici e diffidenti nei confronti delle narrazioni fiabesche, evitandole o censurandole in parte o in toto, ma la psicologia dello sviluppo e la psicoanalisi ci spiegano come il piccolo “trauma” che a volte il racconto procura ad alcuni bambini e bambine sia in realtà utile, educativo e secondo molti esperti, indispensabile. I piccoli, infatti, hanno fantasie terribili legate alla morte, alla paura dell’abbandono e del tradimento da parte dei parenti dei fratelli, e altri “cattivi pensieri” che rimangono segreti, non condivisi, e possono provocare angosce profonde. Gli episodi spaventosi messi in scena dalle fiabe offrono a bambine e bambini rappresentazioni metaforiche che permettono loro di condividere ed elaborare paure e conflitti, di dare una forma simbolica ai personaggi negativi (il lupo, la strega, l’orco…), così che commentando ciò che è avvenuto nella storie di magia, magari disegnando o ri-raccontando a modo loro la fiaba stessa, i piccoli prendono coscienza della loro interiorità profonda, del loro mondo emozionale, e si liberano dell’ingombro di paure e sensi di colpa che si rivelano così del tutto normali e rimediabili. Non a caso i piccoli chiedono agli adulti di ripetere i racconti molte volte, come per un bisogno di interiorizzare ed elaborare, come se si trattasse di un rito. I sette capretti, come I tre porcellini, Hansel e Grethel e molti altri eroi fiabeschi, rappresentano simbolicamente l’evoluzione di un soggetto che cresce in consapevolezza e autonomia, impara a difendersi e sconfiggere il nemico che sta fuori e dentro di lui e di lei. Il trauma fiabesco è un po’ simile a una vaccinazione, che, proprio quando funziona, può dare una febbricola, un piccolo disturbo, ma proprio grazie a questo fortifica ed esorcizza.
Marco Dallari (Modena 1947) è stato membro dell’équipe di coordinamento pedagogico delle scuole dell’infanzia del comune di Bologna e capo servizio alla pubblica istruzione del comune di Carpi. È stato docente di Pedagogia e Didattica dell’Educazione Artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e Firenze, professore straordinario di Pedagogia Comparata all’Università di Messina e professore ordinario di Pedagogia Generale e Sociale all’Università di Trento, dove ha fondato e diretto il Laboratorio di Comunicazione e Narratività. In quiescenza dal 2018, si occupa tuttora di ricerca, sperimentazione e formazione in educazione, con particolare riferimento all’ambito artistico, narrativo all’aspetto emozionale e affettivo della strutturazione identitaria in educazione.
Scrittore e curatore di saggi, testi narrativi e libri per l’infanzia, è anche disegnatore e autore di opere verbovisuali.
Gli è stato assegnato il Premio Andersen 2010 per le attività di ricerca e divulgazione sulla Letteratura per l’infanzia.


FOTO: Francesco Moretti
